Linee di riforma della struttura della contrattazione
Rossa è la mostra
Rossa è la mostra
autore: Luigi Martini
 
Gli archivi, le collezioni private, le cineteche, le Teche Rai e i tanti altri luoghi della conservazione della memoria collettiva e della produzione culturale sono stati per tre anni e passa i luoghi nei quali abbiamo viaggiato alla ricerca di ogni testimonianza della cultura del lavoro e delle organizzazioni delle lavoratrici e dei lavoratori.

Così sono giunti materiali su materiali, domande su domande, per chiarire cosa conveniva fare e come era meglio procedere, con i ricercatori abbiamo visionato e studiato un’immensa e spesso sconosciuta quantità di foto, cartoline, giornali, spille, bandiere, reperti cinematografici, manifesti, documentari, volantini, trasmissioni Rai e tanti altri oggetti che le mani affettuose dei collezionisti e degli archivisti hanno conservato e preservato dalla distruzione del tempo e degli uomini.
Testimonianze preziose della capacità di produrre immagine e comunicazione, cultura quindi, da parte delle classi lavoratrici.
È stato naturale chiedersi cosa ne avrebbero potuto pensare una ragazza o un ragazzo del nuovo millennio e cosa avremmo potuto fare perché potessero incontrare queste testimonianze essenziali della storia e della cultura moderna senza vivere una sensazione di distanza: estetica, storica, ideale; come farli partecipare ad una grande epopea di valori e persone, spesso sconosciuta, di gente che ha lottato per diventare cittadino, convinta di potere così costruire una nuova civiltà.
L’unico modo, mi sono detto, è quello di farli incontrare con i protagonisti di ogni tempo, farsi prendere per mano e tramite loro dialogare in presa diretta con la storia.
Non un film, quindi, davanti al quale ci si siede, ma la possibilità di camminare con il tempo e le persone vere fin dentro le storie di ognuno, conoscere gli uomini, le donne, i bambini e i ragazzi che l’hanno resa possibile, e con loro ascoltare gli amici con i quali hanno discusso, anche scontrandosi e abbracciandosi, soffrendo e gioendo, inventando associazioni solidaristiche e cooperative, stampando giornali e ricamando bandiere, commissionando documentari e scrivendo cartelli di protesta o di rivendicazione.
Perché ciò potesse avvenire, ho ritenuto che fosse necessario produrre nuova comunicazione del lavoro, con i linguaggi visivi contemporanei, con le tecnologie del nostro tempo e la loro capacità di produrre sintesi visiva, con le installazioni audiovisuali.
Un’ idea coerente con il processo di conquista delle conoscenze e dell’innovazione culturale che i lavoratori e le loro organizzazioni hanno sempre avuto come obiettivo essenziale.
Si doveva però evitare che ne uscisse una produzione algida o esangue; l’evento espositivo, la produzione culturale che si doveva creare doveva possedere il calore del corpo umano e il profumo della fatica, trasmettere la vibrazione contenuta dentro gli esseri che per decenni si sono battuti per vincere una scommessa mai tentata fino a quel tempo: l’emacipazione dei senza diritti. Questa grande installazione doveva avere la forza di trasmettere i suoni dei diversi periodi, dei processi produttivi in continua evoluzione, dei canti sorti spontaneamente per lenire la fatica o per festeggiare una vittoria, la corposità degli abiti del lavoro e della festa, della lotta e del riposo; mostrare senza timore le contraddizioni di un lungo percorso, le vittorie e le sconfitte, le intuizioni giuste e gli errori di prospettiva.
È così che ci siamo messi al lavoro, costruito un vero e proprio cantiere di persone che hanno cominciato a riflettere, quindi con N!03 abbiamo preso i tanti documenti e le parole raccolte, li abbiamo visionati e ascoltati come fa un regista che cerca gli interpreti migliori; ma non abbiamo chiesto loro di recitare una storia inventata, piuttosto abbiamo cercato di farli dialogare con il tempo e i valori per i quali sono stati prodotti, con i sentimenti vissuti da chi li ha voluti, nella costruzione di una narrazione moderna di un tempo anche lontano.
Per questo la mostra ha chiesto che gli attori fossero i documenti autenticamente prodotti per altra finalità, espressione della cultura del lavoro, fotogrammi rielaborati, veri nella loro essenza, diversi nella loro oggettività. Capaci di avvolgere le teste e fare esplodere le emozioni.
Non più singoli fotogrammi del tempo, ma nuovo linguaggio espressivo, nuova comunicazione del lavoro, che se lo può permettere per aver preso per mano un paese arcaico e crudele, ingiusto fino all’offesa testimoniata dai bambini operai e dalle bambine operaie di otto nove anni, per 10-12 ore al giorno in fabbrica, e di aver sconfitto la società classista costruendo il suo superamento, la democrazia costituzionale e una nazione interclassista e multietnica.








 
 
 
 
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